Perché parlate durante i concerti?

di Gianni Cortese

Bello il concerto. L’emozione della musica dal vivo, la gente che si muove presa bene, l’energia che riempie l’aria… e poi, c’è quella persona (o quelle persone) che proprio non riesce a stare zitta.Un fenomeno universale

Ma perché la gente parla durante i concerti? Le ragioni sono molteplici:* **Mancanza di rispetto:** Alcuni non si rendono conto di quanto il loro comportamento possa disturbare gli altri e l’artista sul palco.* **Eccesso di alcol: L’alcol può abbassare le inibizioni e far dimenticare le buone maniere.* **Desiderio di condividere:** Alcuni sentono il bisogno di condividere le proprie emozioni e pensieri con chi li circonda, senza rendersi conto del volume della propria voce.* **Distrazione:** Altri ancora sono semplicemente distratti e non si rendono conto di quanto stiano parlando forte.**Le conseguenze**Le conseguenze del parlare durante un concerto possono essere gravi:* **Disturbo per gli altri spettatori:** Chi ha pagato un biglietto per godersi lo spettacolo ha il diritto di farlo senza essere disturbato.* **Disturbo per l’artista:** L’artista sul palco può essere distratto e demotivato dal rumore di fondo.* **Rovina dell’atmosfera:** Il chiacchiericcio costante può rovinare l’atmosfera magica di un concerto.**Un appello al buon senso**Quindi, la prossima volta che vi trovate a un concerto, ricordatevi di tenere a freno la lingua. L’artista e gli altri spettatori vi ringrazieranno. E se proprio non riuscite a resistere, allontanatevi dalla folla e andate a chiacchierare in un luogo appartato.

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Omnia Sunt Communia vol.II

OMNIA SUNT COMMUNIA – di Sara Bohl

Ho tra le mani l’ultimo lavoro della Hierbamala, un CD dalla copertina molto sobria, sulla quale campeggia il motto eretico ‘OMNIA SUNT COMMUNIA’.
Questa espressione latina, utilizzata come grido di battaglia dai rappresentanti del cristianesimo rivoluzionario durante le guerre di ribellione dei contadini tedeschi, viene attribuita a Tommaso d’Aquino, il quale sosteneva che, nei momenti di grave necessità, ogni cosa dovesse divenire comune e, forse mai come in quest’epoca, in cui trionfano l’edonismo e l’egoismo più sfrenati, questo concetto andrebbe messo in pratica.

Gli H.M., infatti, attraverso le loro canzoni, continuano a veicolare il riscatto sociale, la ribellione e la resistenza non violenta ad una società in cui non si riconoscono e spesso raccontano le vicende di quella parte di umanità che non ha voce, in un perpetuo ‘MOTO ERETICO’ verso un futuro più giusto e più umano.

Si soffermano, infatti, su temi profondi e complessi, ma, al contempo, comprensibili e condivisibili da tutti e invitano a riflettere su considerazioni di fondamentale importanza.
In questi anni di disimpegno, portano avanti e ripropongono valori di condivisione e solidarietà, attraverso i pregevoli e mai scontati testi di Carlo Sandrin, che, quando scrive, pare baciato da Calliope, la musa della poesia.

Egli riesce, infatti, ad essere credibile sia quando utilizza il vernacolo giuliano, lingua della sua terra d’origine, sia quando compone in italiano o in inglese ed è proprio grazie a questa sua duttilità linguistica e alle sue innegabili doti empatiche, che è riuscito a creare un suo stile personalissimo, inconfondibile e cosmopolita.

In questo album, oltre alle sonorità reggae, ska, rock e patchanka a cui siamo già abituati, viene introdotto con la canzone Eva, il sound cubano, che, abbinato al dialetto triestino, sortisce un effetto veramente esplosivo e travolgente e ribalta il mito biblico del serpente che seduce la donna.
Ciò non deve stupire, in quanto Carlo Sandrin sostiene convintamente che ‘gli uomini son tutti uguali e le donne sono tutte speciali’, a cominciare da Eva.

Molto attuale il tema trattato nel brano ‘Magnè’, che invita a una riflessione su ciò che mangiamo, poiché l’alimentazione influenza ciò che siamo e gli equilibri del nostro ecosistema.
In ‘Spina’ si racconta l’amore in modo originale e tutt’altro che scontato, mentre in ‘Sangre misto’ e in ‘Live in peace’, viene riproposto l’impegno sociale e si auspica un mondo in cui vivere finalmente in pace, come fratelli e sorelle.

In ‘Magic bus’, invece, si parla del mitico autobus che, tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso portava gli hippies dall’Europa all’India, alla ricerca di un modo di vivere, meno vincolato ai beni materiali e allo stile di vita occidentale.
Infine, nella divertentissima ‘CBD’, vengono elencati in forma di filastrocca triestina, i benefici effetti del cannabidiolo, nel tentativo di sdoganarne l’uso.
In ultima analisi, anche in questo lavoro, la loro musica, grazie all’armonia che regna tra tutti i componenti della band e al contributo delle due vocalists, che, con le loro voci da brivido, impreziosiscono ogni brano, è in grado di generare vibrazioni positive e una sensazione di libertà e consapevolezza, che aiuta a sentirsi in comunione col grande spirito che governa tutto l’universo.

https://music.youtube.com/search?q=hierbamala+omnia+sunt+communia

la-Hierbamala

Sandrin leader degli Hierbamala «In triestino si canta la poesia»

Da trent’anni a Varese esce con una serie di singoli che riverserà nel quarto album «Il reggae è la tavolozza dei colori giusti e il dialetto è pieno di sfumature»

Elisa Russo 17 Gennaio 2022

«Il dialetto per me è la lingua del cuore. Se devo dire qualcosa che sento profondamente, o anche se mi arrabbio, lo uso. E allora perché non scrivere i testi delle canzoni in triestino?». È una storia peculiare quella della Hierbamala, band reggae-rocksteady che fa base a Varese, dove vive da più di trent’anni il leader, cantante e paroliere triestino Carlo “Premdhyan” “Pindi” Sandrin. In attività dal 1997, concerti in tutt’Italia e fuori, tre album all’attivo e ora una serie di freschissimi singoli, tutti con i testi in triestino: “Sé quel che magnè”, “La spina” e in questi giorni esce su tutte le piattaforme digitali “Eva”, che canta della “bissa inamorada” (qui il serpente non tenta Eva bensì ne è innamorato) con un son cubano da ballare e uno sguardo alla Jamaica; seguiranno nuove canzoni con cadenza poco più che mensile, fino a formare l’intero album “Omnia Sunt Communia” (Rehegoo Music).

«Il dialetto mio – spiega Sandrin – qua non lo capiscono, ma piace perché suona bene, sono convinto che le stesse parole in italiano suonerebbero finte. Può assomigliare allo spagnolo, si sposa con le melodie. E in fondo l’inglese del rock’n’roll alla “Tutti Frutti” chi lo capiva?». Il cantante e chitarrista classe ’63, ha un passato musicale che comincia in città: «All’ex Opp – ricorda – c’era un intero padiglione con le stanze di contenzione riconvertite in sala prove gratis, trovavi Steel Crown, Revolver, gruppi punk che suonavano giorno e notte», al fianco di amici musicisti oggi affermati (ed emigrati all’estero) come Giancarlo Spirito e Maurizio Ravalico. «Con Ravalico – prosegue – ho tenuto il mio primo concerto. E poi ho frequentato la scuola agraria a Cividale, il mio compagno di banco era il bassista dei Detonazione, scappavamo a Zugliano e c’era un gruppone con il sassofonista dei DHG, arrivavano da Pordenone quelli del Great Complotto, altri da Trieste».

https://youtu.be/DSuBXFJyu_g

Gira l’Europa con i Running Stream che diventano un culto per gli amanti della musica garage e i collezionisti di vinili finché rocambolescamente si ritrova in «Un esodo degli arancioni di Osho, prima verso la Puglia e poi verso il Lago Maggiore, ci siamo radunati in una comunità e dopo, verso la metà degli anni ’90, ci siamo sparpagliati di nuovo in giro per il mondo, Berlino, Londra ma io sono rimasto in provincia di Varese». Nel ’97, dopo aver sperimentato diversi generi, trova una strada: «Ero stato in India, dove si faceva meditazione e per me il reggae era la musica che ti fa ballare dentro quando chiudi gli occhi. Il reggae è la tavolozza dei colori giusti. Ma la cosa che mi ha cambiato completamente è l’incontro con la musica di Manu Chao, “Clandestino” è stato un’illuminazione, mi ha fatto capire che potevo fare canzoni in triestino sull’impianto della patchanka, il rock, rocksteady».

Sandrin ha anche esperienze radiofoniche: dagli esordi in città con RadioAttività fino al lavoro come responsabile ufficio pubblicità di Rete 8 a Varese. «Vivo a Biandronno da più di trent’anni, ma ho un filo costante con Trieste, dove ho i genitori, un figlio e un nipote, cugini, parenti e amicizie». Con un occhio anche alla musica locale: «Dico la verità, sono un po’ invidioso di Toni Bruna – confessa – la prima volta che l’ho sentito ho pensato: “io sta roba la faccio da anni e tutti a dirmi che il triestino si può usare solo per ridere”! E invece, guarda Toni Bruna: semplice, diretto, poetico: si può fare, il dialetto offre una possibilità di scrittura ricca di sfumature e profondità». —

La Prima Volta fu con Tupper Zuckye

La Prima Volta fu con TapperZuckie.

Ero un ragazzetto carino e di buona famiglia nella Trieste 1979. 16 anni; l’età che oggi ha mio figlio.

Da poco frequentavo quell’ambiente carico di novità e passione che erano le Radio Libere. A Muggia era nata RadioAttività.

Un gruppetto di ragazzetti e un visionario come l’artista, fotografo e “tanterobe” Mario Sillani detto “Piccolo” avevano iniziato a spippolare nell’etere giuliano e io mi ero aggregato.

Tra le voci più interessanti della radio c’era Ornella Macor; curiosa e affamata di ascoltare prima di parlare.

Ogni volta che mandava un pezzo potevi essere certo che nessuno da Capodistria a Monfalcone lo avesse sentito prima.

Fossero i Dissidenten, Faust’o o la NewWave inglese o il Punk californiano. Un giorno Ornellaentra in radio quasi febbricitante ma non era malata: …e butta sul piatto un vinile. La puntina gratta implacabile tra i microsolchi e non si ferma.

Troppo tardi.

I primi colpi del nuovo album di TapperZuckie mi colpirono come una intera Reggae band durante una rissa. Non fu amore al primo ascolto; fu più un’infezione lenta e inarrestabile. Poco dopo ascoltai Babylon by Bus di Bob Marley ma l’effetto “flash” se l’era pappato il calvo afrolondinese.

La prima volta aveva fatto male ma poi… mi è piaciuto.

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Che ora è a Babylonia?

“Ora d’aria” è uno dei primi pezzi reggae che ho scritto. Parlo di molto tempo fa.1993.

A quel tempo il movimento reggae italiano, per tutto il Lombardistan e l’Insubria Rebel aveva come punto di riferimento “Raga Radio Station” programma radiofonico di Vito War sulle frequenze di Radio Popolare Milano che, insieme ai big Jamaicani, metteva in onda il reggae italiano.

Io lo ascoltavo ma non mi ci trovavo con la costruzione dei testi, con la lingua usata, con le idee che già allora mi sembravano “copia incolla” ma non volevo neanche la canzone italiana in salsa Jamaica ; cercavo qualcosa che suonasse meglio e che si staccasse dai clichè tipici degli eventi reggae.

Ho provato a scrivere una poesia in “levare”.

E‘ venuta fuori così:
“Ora d’aria”
ora-aria-babylon-Hierbamala

Poi.
Appena nata l’ho portata in audizione e per la prima volta facevo ascoltare un pezzo reggae.

La Baby Records aveva un ufficio sontuoso dentro gli uffici sontuosi della Five Records a sua volta all’interno dei sontuosi uffici di Mediaset a Cinisello Balsamo, La guardia giurata all’entrata guardò male il mio chitarrino (usato sicuro del mio amico Arshad) e anche Max Venegoni e Mauro Orlandelli (i boss dell’etichetta).

Loro erano abituati a gente che gli faceva sentire un demo figo, registrato figo e mixato figo.

Invece ero io e il chitarrino

Alla fine la canzone fece il suo lavoro e scaldò quei cuori pelosi.

Pacche sulla spalla e “Bella Vero … però: … ci fai un demo figo registrato figo e mixato figo… non possiamo mettere il chitarrino trikkitrikki sulla “compi” di raga radio stescio…” Redemption song gli faceva schifo.

Volevo far bella figura e, invece di lasciare che la canzone mi tirasse dentro feci l’errore di voler farla uscire per come si aspettavano i produttori. Una cacca.

La Hierbamala la suonò cinque anni dopo e venne dal cuore. Lo puoi sentire ancora battere.


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RESISTENZA IN TESTA!

Hierbamala Reggae Patchanka Italia insieme agli amici de Il Farina

In occasione delle celebrazioni del 25 aprile partecipa a questa campagna di raccolta fondi a favore di Mediterranea ONG da sempre impegnata nel salvataggio e assistenza in mare dei migranti

Ci saremo, insieme ad artisti di grande livello e questo ci rende orgogliosi nella nostra scelta di aderire a questa manifestazione.

Auguriamo a tutti di ESSERE RESISTENTI … ora e sempre!

Per info: info.hierbamala@gmail.com

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DREADLOCKS

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Dreads, dreads, dreadlocks!…

Da sempre sono un simbolo del Reggae, di una filosofia di musica e di vita che arriva da una terra lontana ma vicina al cuore di molti, trasmettono immediatamente Jamaica flavor per tutti coloro che amano le good vibes dei concerti reggae.

Anche il Reggae Italia naturalmente ha i suoi “capelloni” iconici, e uno di questi è sicuramente il nostro Levi Papa Tambo, l’uomo delle percussioni, dall’inizio del cammino l’addetto allo spicy sound della Hierbamala.
Hic sunt leones!
Roba per gente fiera di viaggiare in controtendenza.

bunna-africa-unite-e-Tambo-hierbamala

I suoi dreads hanno visto vent’anni di palcoscenici e di storia del Reggae di casa nostra, una bandiera per gli amici della Hierbamala.
Guardatelo mentre sfida nientemeno che il Bunna a chi ce li ha più lunghi, prima di salire sul palco ad agitarli a ritmo Reggae Patchanka
ed è una gran bella sfida, giudicate voi!

Visita il nostro sito web al link: WWW.HIERBAMALA.IT

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Chissà chi lo sa e chissà chi sei

“ chissà chi lo sa e chissà chi sei”

Ovvero Sii Gentile: il brano più oscuro della Hierbamala

Black è il suono a “tutto basso” e oscura è la lirica.
La visione è tantrica viaggia tra diverse vite e prospettive speculari.
“… divide chi è perseguitato da chi perseguita” come a dire “per la stessa anima diversi ruoli” nel ciclo infinito del Karma.

Sii Gentile nell’insegnamento di Gautama come nella sacra poesia di Charles Bukowsky.
E’ inno alla dualità e alla sua trascendenza.

Detta così c’è da chiedersi come mai il pubblico della Loggia del Leopardo di Vigogna abbia scambiato questi poeti erranti della Hierbamala per un gruppo di reggae e patchanka italiana.

Il video postato su Youtube è l’unico reperto disponibile.

Nel caso abbiate gradito “Sii Gentile” e ascoltando il testo vi siate persi un po’ prima che qualcuno iniziasse a recitare sommessamente il Bardo Todol vi invitiamo a iscrivervi al canale :

https://www.youtube.com/channel/UCyfv0e1z87wfBIHwRIt_W5A

Patchanka chiama Italia

Squilla il telefono del sottoassistente dell’aiuto manager dell’agenzia promo musicale “DèRubo”.

La prima domanda annoiata è:”…che genere fate?“.

… ehm…siamo i BigusDickus ehm facciamo… uh… REGGAE E PATCHANkaa…>

“Click”…Inutile riprovare!

In Italia la parola Patchanka è assimilata a gruppi di otto, dieci, dodici elementi, irrequieti, poco professionali, scassoni, spesso portatori di droghe illegali e/o malattie; roba da Centro Sociale Occupato in declino. Roba da vecchi. Roba da “zecche rosse” che ManuChao ha ammannito con “Clandestino” e “ nmondodificcileeee!”

Ha ragione il sottoassistente dell’aiuto manager dell’agenzia promo musicale “DèRubo” e, detto fra noi, quelli hanno sempre ragione. Però…

Però se ascolti questa roba, che siano gli Aprees la Class o i Deskarados, la Manonegra o le BigusDickus ci senti la stessa storia in sottofondo. E’ roba vera e diretta; suonata per far battere il cuore più che le mani.

E’ musica per un mondo “dificcileeee

HIERBAMALA REGGAE PATCHANKA