Per suonare lo strumming reggae devi concentrarti sul “levare” (gli off-beat o upbeats), creando un ritmo percussivo e saltellante che lascia spazio alla linea di basso.
Elementi Chiave
Il Ritmo in Levare: La caratteristica principale è che gli accordi non vengono suonati sui battiti principali (l’1, il 2, il 3 e il 4), ma sugli “e” che si trovano in mezzo: “1 e 2 e 3 e 4 e“. L’attacco è solitamente sui beat 2 e 4, o sull'”e” tra i battiti, a seconda di come si conta.
Tecnica “Skank” o “Chop”: Il suono deve essere corto, stoppato e percussivo, quasi un “colpo” secco (chop) piuttosto che un accordo che risuona.
Muting (Stoppare le Corde): Per ottenere il suono stoppato, devi rilasciare immediatamente la pressione della mano sinistra (sulla tastiera) subito dopo aver pizzicato le corde, senza togliere completamente le dita dalle corde. In alternativa, puoi usare il palmo della mano destra vicino al ponte (ponte) per mutare il suono.
Movimento Costante della Mano Destra: Mantieni un movimento costante della mano destra (o del plettro) su e giù per tutte le 4/4. Le corde vengono suonate solo durante i colpi in levare (upstroke o downstroke a seconda del pattern) mentre gli altri movimenti sono “a vuoto” o muti. Questo aiuta a mantenere il groove e la precisione ritmica.
Uso del Plettro (Consigliato): Sebbene si possa suonare anche con le dita, l’uso del plettro (pick) è generalmente utile per ottenere l’attacco percussivo e brillante tipico del reggae.
Pattern di Strumming Semplice
Ecco un pattern di base:
Conta ad alta voce: “1 e 2 e 3 e 4 e“
Esegui un movimento costante della mano: giù-su-giù-su… per ogni conteggio (nota e “e”).
Suona le corde (con la mano sinistra che preme l’accordo e rilascia subito dopo) solo sul “e” dopo il 2 e sul “e” dopo il 4 (oppure direttamente sul 2 e sul 4). I movimenti sull’1, sul 3 e sugli altri “e” saranno muti.
La storica reggae band Hierbamala nata a Varese nel 1997 si racconta a Materia, tra musica, aneddoti e buon umore
di Nicole Pecchio per VareseNews
Come può rompere il ghiaccio una band se non facendo parlare la sua musica? La Hierbamala resta musicale anche da intervistata, come successo venerdì 4 luglio a Materia, dove i partecipanti hanno avuto il piacere di conoscere la loro storia soprattutto grazie al tono incalzante delle loro voci e grazie a un assaggio della loro discografia.
Pace, giustizia, amore e libertà” sono le parole e i temi che emergono dai testi e dai ritmi combinati di diversi stili: vibrazioni del reggae italiano, energia dello psycho garage, fermento balcanico, eleganza soul e ritmo rocksteady.
La loro musica ha uno spirito profondamente positivo, autoironico e contagioso. Tanto che molte persone hanno deciso di sfidare il caldo di luglio per venirli ad ascoltare e passare una serata all’insegna di buona musica e buon umore insieme a Pindi, HierbaProf, HierbaFio e HierbaLuz.
ATTO DI RESISTENZA IN TERRA OSTILE
Come spiegato dal frontman Pindi, al secolo Carlo Sandrin, quello della Hierbamala è “reggae and roll” inteso come «atto di resistenza anche in terra ostile. Perché è risaputo che non è semplice fare musica in provincia, come nella nostra. Abbiamo capito una cosa, che per realizzare i sogni bisogna svegliarsi, ma Hierba cattiva non muore mai».
La loro forza, che ne ha assicurato la “resistenza” sta nel creare una musica che si racconti in chiave reggae, parlando anche al mondo latino. Infatti anche se lo chiamano gruppo reggae, nei loro pezzi c’è spazio per più generi: ecco perché hanno un pubblico più ampio che i soli reggaeofili.
Nonostante le difficoltà del fare musica in zone meno vivaci che le grandi città, la Hierbamala ha ricordato anche il grande successo del loro ultimo grande concerto del 25 aprile a Gemonio per Resistenza in festa, esibizione di cui la band è particolarmente soddisfatta e caratterizzata dall’aneddoto della maglietta misteriosa, recante la scritta Omnia Sunt Communia, il titolo del loro ultimo album, pubblicato nel 2024. A fine concerto un fan, rimasto anonimo (per lo meno nei ricordi della band), si sarebbe spogliato di questa inedita maglietta (non disponibile al “merch” della band) indossata per tutto il concerto per consegnarla a Pindi tramite HierbaFio, dicendole «”Pindi sa” – Ma Pindi non sapeva e tutt’ora non sa cosa il fan intendesse esattamente».
HierbaLuz durante l’intervista conferma il concerto della manifestazione di Gemonio come uno dei preferiti della band, aggiungendo però che ogni nuovo concerto diventa il preferito del gruppo – come è stato anche Materia, sebbene non si trattasse di un vero concerto, bensì di un format che prevedeva domande e risposte dal vivo, con la possibilità di intervento anche del pubblico.
PRONTI TRE NUOVI BRANI
La loro anima musicale e tenace ha pronti già «tre pezzi nuovi, di livello ancora più alto» grazie anche all’intervento dello Studio Niton che li ha appoggiati, facendoli sbocciare nelle migliori condizioni musicali possibili. Brani i loro che sembrano svilupparsi naturalmente. Pindi racconta che trova l’ispirazione nella cucina di casa sua, si mette a strimpellare e i brani nascono da un’esigenza fisica. «Non correggo i brani una volta scritti».
Il «poeta» – come lo definisce la sua band- dopo aver scritto anche la parte strumentale, con un giro di la e re minore «aggiunge un po’ di jazz e il gioco è fatto». Dopodiché, come racconta Pindi, «con molto pudore faccio sentire i pezzi a mia moglie, ovvero il grande vaglio da passare. A quel punto i pezzi vengono suonati alla band nello Hierbabunker di Laveno. Lì molti altri brani nascono dal semplice fatto di stare insieme. Melodie eseguite spontaneamente durante le loro serate in compagnia diventano presto veri e propri brani accattivanti per gli hierbalovers».
Ho avuto da fare, sono andato in vacanza, il lavoro, gli impegni, il vestito in lavanderia, le cavallette.
Ma soprattutto (e qui tolgo gli occhiali da sole, mostrando le palpebre a mezz’asta che rivelano cornee variegate all’amarena), ho voluto ascoltare con calma e nei momenti giusti l’album.
E scriverti, qui copincollata, l’inoppugnabile recensione che merita.
Grazie Pindi.
OMNIA SUNT COMMUNIA
Tutto è di tutti, titola l’album. Anche la musica, pur senza le radici che l’ha prodotta, può essere trapiantata per talea in altro suolo, in altri cuori, e così scaldare differenti anime in diverse latitudini temporali. In questi otto brani c’è omnia o quasi. C’è il rock psichedelico, a saperlo trovare. Si trasforma la new wave, fa capolino il calypso, ti sorprende la cubana, s’allinea il dub ed esplode il reggae. Come una sorpresa dentro l’uovo, spunta anche un’ironica, irresistibile filastrocca. Patchanka? Non c’è e non se ne sente la mancanza, un po’ come le barbe degli hypster. Per il resto, gli Hierbamala hanno saputo render communia tutto quest’omnia con un album che è un omaggio, raffinato ed elegante, a tutto ciò che scalda l’anima dei puri.
Roots radicals, il sapore autentico del reggae, puro e vero. Ricamate citazioni infiocchettano un brano che pare in tutto e per tutto scritto, composto e registrato a fine anni ’70.
Pezzo da ballare, basso dub, testo sempre godibilissimo.
VOTO = 7 ½
Perché non 10: perché forse lasciando più spazio e profondità alle percussioni, avrebbe le potenzialità per essere ancora più incalzante e ballarlo fino allo stremo
Che dire? In assoluto il più bello, prezioso, intenso e interessante remake mai fatto di questo capolavoro.
Grandiosa interpretazione vocale di Pd, che fa vibrare tutte le corde emotive, parte Morrissey e continua trascinando le parole in perfetto stile reggae, rielabora e ricompone senza mai uscire dallo splendido quadro che la band ha saputo creare.
VOTO = 10
Perché non di meno: perché gli Smiths dovrebbero vergognarsi di non averci pensato loro
Vi siete mai chiesti cosa avrebbe registrato De Andrè se, invece di sigarette, avesse fumato ganja? Ne avrebbe risentito sicuramente l’umore che, senza perdere verticalità e profondità nei testi, avrebbe portato una visione più clemente del mondo e delle cose, della poesia e del sentimento, avrebbe regalato un frizzo di colore e un alito di sole. Avrebbe abbracciato sonorità più calde e vibranti e, alla fine di un brano, ci si sarebbe sentiti grati e positivi, anziché terribilmente scontenti e amareggiati. Questa ballata tonda e perfetta dunque, a ben vedere, pare non aver nulla da paragonare al cantautore genovese. A parte la grandezza.
VOTO = 10
Perché non di meno: perché Fabri avrebbe dovuto farsi le canne invece di tutto il resto
Nel giardino dell’Eden non ci sono sonorità reggae, né rock, né jazz. L’Eden non è una ballata, non suona con battute regolari né tempi a cassa dritta. Nella natura senza paura del paradiso ci possono essere soltanto due tipi di musica: quella classica, ma di notte. Di giorno, cubana. Di giorno si balla con la regina, con la musica più solare, ricercata e popolare, semplice e complessa che possa echeggiare. Si riassapora la vita da vivi attraversati da ritmiche incrociate, accarezzati da cori in controcanto e inseguendo il piano che scarrucola.
VOTO = 8
Perché non 10: perché se non sei nato a Cuba non potrai mai e poi mai avere più di 8
Rispetto all’edizione originale, questo brano risulta diluito. Addolcito nell’arrangiamento, i cori non arrivano a esprimere né rabbia, né determinazione né rivendicazione e, di conseguenza, anche Pd si allinea. Per quello che Sangre Misto rappresenta, questo remake è sicuramente più dotto, ma altrettanto meno incisivo dell’originale. In sintesi, anche se dentro un bicchiere di cristallo, il cocktail che ci serve l’oste ha troppo ghiaccio che, mentre si scioglie, lo annacqua un po’. Nota: suoneremo jambé ma il jambè parte assieme alla cassa: un giro solo jambé con un controtempo, come lo vedi?
Non dico la canzone, ma se anche soltanto il testo fosse messo all’asta e se a questa potessero partecipare gli spiriti di Bob Marley e Peter Tosh, i due farebbero battaglia per aggiudicarselo. Se ci mettiamo anche la musica, invece, resterebbero ad ascoltarlo per poi applaudire commossi. Dentro questo brano c’è tutto il reggae. C’è l’eco avita del calypso, ci si ritrovano tutti i suoni Tuff Gong, si canta un manifesto rastafari di pace e fratellanza. Lo puoi ascoltare nella giungla, lo puoi ballare in città. Gemma pura.
VOTO = 9
Perché non 10: solo per rispetto verso Bob e Peter, ma è da 10
Chiudete in studio di registrazione I Gufi, gli Squallor e tutti i compositori delle musiche dei Muppet Show. Date loro solo acqua, cartine, tabacco e cbd. Prima o poi, comporranno esattamente questa canzoncina facile facile, che tutti i bambini in età prescolare dovrebbero cantare tenendosi per mano iin cerchio. Godibilissima filastrocca ad alto contenuto di CBD: Che Bel Divertimento!
VOTO = 7,5
Perché non 10: perché non lo pretende, è una filastrocca e ha il coraggio di esserlo, lo sa benissimo da sè
C’era una volta, in una Londra fumosa e vibrante di suoni nuovi, un luogo magico chiamato Ealing Club. Ogni sera, le sue mura tremavano al ritmo del blues, una musica potente e misteriosa che arrivava da terre lontane. Su quel palco incantato, un mago della chitarra di nome Elmo Lewis, un giovane con capelli color del sole e un cuore che batteva a tempo di blues, incantava la folla con le sue note scivolanti. Al suo fianco, un saggio maestro di nome Alexis Korner lo guidava tra le melodie oscure, mentre dietro di loro, un giovane alchimista dei ritmi, Charlie Watts, tesseva trame sonore con le sue bacchette magiche. Una sera di primavera, quando il settimo giorno di aprile si stava trasformando in notte stellata, due giovani cavalieri erranti fecero il loro ingresso nell’Ealing Club. Si chiamavano Keith dalle dita agili e Mick dalla voce potente, e nei loro cuori ardeva un desiderio incontenibile: creare una musica nuova, un suono che scuotesse le anime e facesse ballare il mondo intero. Erano stregati dalla “musica del diavolo”, come la chiamavano alcuni, quel blues che raccontava storie di dolore e di gioia, di strade polverose e di amori perduti. Quando i loro occhi si posarono sul palco e udirono le note cristalline della chitarra di Elmo Lewis che si libravano nell’aria sulle parole di una vecchia canzone, “Dust my broom”, rimasero folgorati. Quel giovane biondo, con le sue dita veloci e il suo tocco magico, era proprio il tipo che stavano cercando. E anche quel batterista, con il suo ritmo elegante e preciso, sembrava avere la stoffa giusta. Con il coraggio dei sognatori, Keith e Mick si avvicinarono ai musicisti al termine dell’incantesimo sonoro. Parlarono con Elmo, gli raccontarono del loro sogno, della loro voglia di creare qualcosa di unico. E il giovane mago della chitarra, sentendo la loro passione ardente, accettò di incontrarli il giorno seguente. Anche il saggio Charlie Watts, incuriosito da quell’energia contagiosa, si unì alla promessa. E così, in quella notte all’Ealing Club, tra le volute di fumo e le note vibranti, si posero le prime pietre di un’avventura musicale straordinaria. Un incontro magico che avrebbe acceso una fiamma destinata a illuminare per sempre la storia della musica, forse la pagina più brillante di tutte.
Questa è la storia dell’insegnante che prese un pesce dall’acquario della sua classe, lo mise sul tavolo davanti alla classe e poi lasciò l’aula con il messaggio che nessuno poteva muoversi dal proprio posto. Chiunque si opponesse verrebbe immediatamente espulso dalla scuola.Nessuno dei bambini si mosse e tutti guardarono il pesce lottare. Nessuno osò alzarsi per evitare di finire nei guai.Ma alla fine una ragazza balzò in piedi, corse verso il pesce e lo rimise nella vasca. Dopotutto, lei era l’unica che si rifiutava di guardare il pesce morire.Quando l’insegnante ritornò, spiegò alla classe che quella era stata una lezione. Che la paura di finire nei guai non dovrebbe mai impedirti di fare la cosa giusta. Che a volte devi sfidare l’autorità e il pensiero di gruppo semplicemente perché è la cosa giusta da fare.
La storia racconta di Hailé Selassié, imperatore d’Etiopia, e del movimento Rastafariano che lo venera come un dio. Selassié, ultimo imperatore di una lunga dinastia, si impegnò nella modernizzazione del suo paese, ma fu costretto all’esilio da Mussolini durante l’invasione italiana dell’Etiopia. Ritornò al potere grazie agli inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale e continuò a regnare per decenni, giocando un ruolo importante nel movimento anticoloniale africano. Il suo regno terminò tragicamente con un colpo di stato marxista e la sua morte per strangolamento. Parallelamente alla sua vita politica, si sviluppò in Giamaica il movimento Rastafariano, una religione che lo considera una divinità e che si è diffusa in tutto il mondo. Però bisogna conoscere e comprendere le credenze e le pratiche di questa religione, evidenziandone anche gli aspetti controversi come il maschilismo e l’omofobia.
Ci scrive l’autrice, giovane romana, Chantal Ercoli: Inizia così
“Roma, oggi. Ho sentito una storia che mi ha fatto venire i brividi, una di quelle che ti fanno dubitare di tutto ciò che credi di sapere. Parlava di un uomo, Hailé Selassié, un imperatore etiope, e di come, senza volerlo, sia diventato un dio per un’intera religione.
Immaginate, anni ’30, l’Africa ancora avvolta nel mantello del colonialismo. Ras Tafari Makonnen, un nome che suona come un eco di tempi antichi, sale al trono e diventa Hailé Selassié, “il potere della Trinità”. Un re che discende da Salomone e dalla regina di Saba, un’eco di leggende bibliche.
Poi, la guerra. L’Italia, con la sua sete di conquista, invade l’Etiopia. Il Negus in esilio, ma solo per poco. Gli inglesi, come un vento di cambiamento, lo riportano trionfante ad Addis Abeba.
Ma la storia non finisce qui. Anzi, è qui che diventa incredibile. In Giamaica, un’isola lontana, nasce una religione che lo venera come un dio. I Rastafari, li chiamano. Un milione di persone in tutto il mondo, con i loro dreadlocks e la loro musica reggae.
Mi chiedo, cosa avrà pensato Hailé Selassié quando l’ha scoperto? Lui, un uomo che si diceva mortale, divinizzato da un popolo lontano.
E poi ci sono i capelli, quei dreadlocks che sono un simbolo, un segno di ribellione, di spiritualità. Mi fanno pensare a come i simboli possano viaggiare, trasformarsi, assumere significati diversi a seconda di chi li guarda.
La storia di Hailé Selassié e dei Rastafari è un labirinto di potere, fede, colonialismo e ribellione. Mi fa riflettere su come la storia sia piena di paradossi e di come le persone possano trovare significati in luoghi inaspettati.”
Chantal,che ringraziamo per il contributo, non dice che è stata ispirata dalla lezione del Prof. Alessandro Barbero e Saverio Sabelli per ChoraMedia a cui la Hierbamala manda un grande abbraccio.
Bello il concerto. L’emozione della musica dal vivo, la gente che si muove presa bene, l’energia che riempie l’aria… e poi, c’è quella persona (o quelle persone) che proprio non riesce a stare zitta.Un fenomeno universale
Ma perché la gente parla durante i concerti? Le ragioni sono molteplici:* **Mancanza di rispetto:** Alcuni non si rendono conto di quanto il loro comportamento possa disturbare gli altri e l’artista sul palco.* **Eccesso di alcol: L’alcol può abbassare le inibizioni e far dimenticare le buone maniere.* **Desiderio di condividere:** Alcuni sentono il bisogno di condividere le proprie emozioni e pensieri con chi li circonda, senza rendersi conto del volume della propria voce.* **Distrazione:** Altri ancora sono semplicemente distratti e non si rendono conto di quanto stiano parlando forte.**Le conseguenze**Le conseguenze del parlare durante un concerto possono essere gravi:* **Disturbo per gli altri spettatori:** Chi ha pagato un biglietto per godersi lo spettacolo ha il diritto di farlo senza essere disturbato.* **Disturbo per l’artista:** L’artista sul palco può essere distratto e demotivato dal rumore di fondo.* **Rovina dell’atmosfera:** Il chiacchiericcio costante può rovinare l’atmosfera magica di un concerto.**Un appello al buon senso**Quindi, la prossima volta che vi trovate a un concerto, ricordatevi di tenere a freno la lingua. L’artista e gli altri spettatori vi ringrazieranno. E se proprio non riuscite a resistere, allontanatevi dalla folla e andate a chiacchierare in un luogo appartato.
Ho tra le mani l’ultimo lavoro della Hierbamala, un CD dalla copertina molto sobria, sulla quale campeggia il motto eretico ‘OMNIA SUNT COMMUNIA’. Questa espressione latina, utilizzata come grido di battaglia dai rappresentanti del cristianesimo rivoluzionario durante le guerre di ribellione dei contadini tedeschi, viene attribuita a Tommaso d’Aquino, il quale sosteneva che, nei momenti di grave necessità, ogni cosa dovesse divenire comune e, forse mai come in quest’epoca, in cui trionfano l’edonismo e l’egoismo più sfrenati, questo concetto andrebbe messo in pratica.
Gli H.M., infatti, attraverso le loro canzoni, continuano a veicolare il riscatto sociale, la ribellione e la resistenza non violenta ad una società in cui non si riconoscono e spesso raccontano le vicende di quella parte di umanità che non ha voce, in un perpetuo ‘MOTO ERETICO’ verso un futuro più giusto e più umano.
Si soffermano, infatti, su temi profondi e complessi, ma, al contempo, comprensibili e condivisibili da tutti e invitano a riflettere su considerazioni di fondamentale importanza. In questi anni di disimpegno, portano avanti e ripropongono valori di condivisione e solidarietà, attraverso i pregevoli e mai scontati testi di Carlo Sandrin, che, quando scrive, pare baciato da Calliope, la musa della poesia.
Egli riesce, infatti, ad essere credibile sia quando utilizza il vernacolo giuliano, lingua della sua terra d’origine, sia quando compone in italiano o in inglese ed è proprio grazie a questa sua duttilità linguistica e alle sue innegabili doti empatiche, che è riuscito a creare un suo stile personalissimo, inconfondibile e cosmopolita.
In questo album, oltre alle sonorità reggae, ska, rock e patchanka a cui siamo già abituati, viene introdotto con la canzone Eva, il sound cubano, che, abbinato al dialetto triestino, sortisce un effetto veramente esplosivo e travolgente e ribalta il mito biblico del serpente che seduce la donna. Ciò non deve stupire, in quanto Carlo Sandrin sostiene convintamente che ‘gli uomini son tutti uguali e le donne sono tutte speciali’, a cominciare da Eva.
Molto attuale il tema trattato nel brano ‘Magnè’, che invita a una riflessione su ciò che mangiamo, poiché l’alimentazione influenza ciò che siamo e gli equilibri del nostro ecosistema. In ‘Spina’ si racconta l’amore in modo originale e tutt’altro che scontato, mentre in ‘Sangre misto’ e in ‘Live in peace’, viene riproposto l’impegno sociale e si auspica un mondo in cui vivere finalmente in pace, come fratelli e sorelle.
In ‘Magic bus’, invece, si parla del mitico autobus che, tra gli anni ’50 e ’70 del secolo scorso portava gli hippies dall’Europa all’India, alla ricerca di un modo di vivere, meno vincolato ai beni materiali e allo stile di vita occidentale. Infine, nella divertentissima ‘CBD’, vengono elencati in forma di filastrocca triestina, i benefici effetti del cannabidiolo, nel tentativo di sdoganarne l’uso. In ultima analisi, anche in questo lavoro, la loro musica, grazie all’armonia che regna tra tutti i componenti della band e al contributo delle due vocalists, che, con le loro voci da brivido, impreziosiscono ogni brano, è in grado di generare vibrazioni positive e una sensazione di libertà e consapevolezza, che aiuta a sentirsi in comunione col grande spirito che governa tutto l’universo.
Da trent’anni a Varese esce con una serie di singoli che riverserà nel quarto album «Il reggae è la tavolozza dei colori giusti e il dialetto è pieno di sfumature»
Elisa Russo 17 Gennaio 2022
«Il dialetto per me è la lingua del cuore. Se devo dire qualcosa che sento profondamente, o anche se mi arrabbio, lo uso. E allora perché non scrivere i testi delle canzoni in triestino?». È una storia peculiare quella della Hierbamala, band reggae-rocksteady che fa base a Varese, dove vive da più di trent’anni il leader, cantante e paroliere triestino Carlo “Premdhyan” “Pindi” Sandrin. In attività dal 1997, concerti in tutt’Italia e fuori, tre album all’attivo e ora una serie di freschissimi singoli, tutti con i testi in triestino: “Sé quel che magnè”, “La spina” e in questi giorni esce su tutte le piattaforme digitali “Eva”, che canta della “bissa inamorada” (qui il serpente non tenta Eva bensì ne è innamorato) con un son cubano da ballare e uno sguardo alla Jamaica; seguiranno nuove canzoni con cadenza poco più che mensile, fino a formare l’intero album “Omnia Sunt Communia” (Rehegoo Music).
«Il dialetto mio – spiega Sandrin – qua non lo capiscono, ma piace perché suona bene, sono convinto che le stesse parole in italiano suonerebbero finte. Può assomigliare allo spagnolo, si sposa con le melodie. E in fondo l’inglese del rock’n’roll alla “Tutti Frutti” chi lo capiva?». Il cantante e chitarrista classe ’63, ha un passato musicale che comincia in città: «All’ex Opp – ricorda – c’era un intero padiglione con le stanze di contenzione riconvertite in sala prove gratis, trovavi Steel Crown, Revolver, gruppi punk che suonavano giorno e notte», al fianco di amici musicisti oggi affermati (ed emigrati all’estero) come Giancarlo Spirito e Maurizio Ravalico. «Con Ravalico – prosegue – ho tenuto il mio primo concerto. E poi ho frequentato la scuola agraria a Cividale, il mio compagno di banco era il bassista dei Detonazione, scappavamo a Zugliano e c’era un gruppone con il sassofonista dei DHG, arrivavano da Pordenone quelli del Great Complotto, altri da Trieste».
Gira l’Europa con i Running Stream che diventano un culto per gli amanti della musica garage e i collezionisti di vinili finché rocambolescamente si ritrova in «Un esodo degli arancioni di Osho, prima verso la Puglia e poi verso il Lago Maggiore, ci siamo radunati in una comunità e dopo, verso la metà degli anni ’90, ci siamo sparpagliati di nuovo in giro per il mondo, Berlino, Londra ma io sono rimasto in provincia di Varese». Nel ’97, dopo aver sperimentato diversi generi, trova una strada: «Ero stato in India, dove si faceva meditazione e per me il reggae era la musica che ti fa ballare dentro quando chiudi gli occhi. Il reggae è la tavolozza dei colori giusti. Ma la cosa che mi ha cambiato completamente è l’incontro con la musica di Manu Chao, “Clandestino” è stato un’illuminazione, mi ha fatto capire che potevo fare canzoni in triestino sull’impianto della patchanka, il rock, rocksteady».
Sandrin ha anche esperienze radiofoniche: dagli esordi in città con RadioAttività fino al lavoro come responsabile ufficio pubblicità di Rete 8 a Varese. «Vivo a Biandronno da più di trent’anni, ma ho un filo costante con Trieste, dove ho i genitori, un figlio e un nipote, cugini, parenti e amicizie». Con un occhio anche alla musica locale: «Dico la verità, sono un po’ invidioso di Toni Bruna – confessa – la prima volta che l’ho sentito ho pensato: “io sta roba la faccio da anni e tutti a dirmi che il triestino si può usare solo per ridere”! E invece, guarda Toni Bruna: semplice, diretto, poetico: si può fare, il dialetto offre una possibilità di scrittura ricca di sfumature e profondità». —
Ero un ragazzetto carino e di buona famiglia nella Trieste 1979. 16 anni; l’età che oggi ha mio figlio.
Da poco frequentavo quell’ambiente carico di novità e passione che erano le Radio Libere. A Muggia era nata RadioAttività.
Un gruppetto di ragazzetti e un visionario come l’artista, fotografo e “tanterobe” Mario Sillani detto “Piccolo” avevano iniziato a spippolare nell’etere giuliano e io mi ero aggregato.
Tra le voci più interessanti della radio c’era Ornella Macor; curiosa e affamata di ascoltare prima di parlare.
Ogni volta che mandava un pezzo potevi essere certo che nessuno da Capodistria a Monfalcone lo avesse sentito prima.
Fossero i Dissidenten, Faust’o o la NewWave inglese o il Punk californiano. Un giorno Ornellaentra in radio quasi febbricitante ma non era malata: …e butta sul piatto un vinile. La puntina gratta implacabile tra i microsolchi e non si ferma.
Troppo tardi.
I primi colpi del nuovo album di TapperZuckie mi colpirono come una intera Reggae band durante una rissa. Non fu amore al primo ascolto; fu più un’infezione lenta e inarrestabile. Poco dopo ascoltai Babylon by Bus di Bob Marley ma l’effetto “flash” se l’era pappato il calvo afrolondinese.
La prima volta aveva fatto male ma poi… mi è piaciuto.