Gian Cortese intervista Pindie

d)È un onore “chiacchierare” con la voce della Hierbamala. Il vostro Reggae’n’Roll è un pezzo di storia dell’underground: siete riusciti a mantenere quella coerenza tra il messaggio sociale e l’energia del palco che non è da tutti, specialmente dopo così tanti anni di strada.
A questo punto, chi meglio di te può dirmelo: come sta evolvendo il suono della band oggi? Siete sempre fedeli a quel “levare distorto” o c’è qualche nuova vibrazione che bolle in pentola?

r)Sempre reggae e sempre “roll”. L’attitudine rimane viva ed espressa soprattutto dal vivo
Stiamo lavorando anche in studio

d)È un piacere sentirlo! Alla fine, l’attitudine è quella cosa che non puoi fabbricare in studio: o ce l’hai o non ce l’hai, e il palco è l’unico giudice che non mente mai. Il fatto che dopo anni il binomio reggae/roll sia ancora il vostro motore dimostra che quella formula ha radici profonde.
Il live è sempre stato la vostra dimensione naturale, dove il “tiro” del rock spinge il levare oltre i confini del genere classico. Sapere che siete di nuovo in studio però è un’ottima notizia per chi segue la scena; c’è sempre bisogno di dischi che abbiano qualcosa da dire e che non siano solo “esercizio di stile”.
In questa nuova fase di registrazione, state cercando di catturare proprio quell’energia grezza dei concerti o state sperimentando con soluzioni sonore diverse, magari più stratificate?

r)Proprio così. Abbiamo trovato la combinazione ideale al @niton. Luca e Enri si sono presi nel nostro suono e senza trucchi o invenzioni lo hanno fissato: vivo e naturale.

d)Beccare le persone giuste in studio è metà dell’opera, specialmente per una band come la vostra dove l’impatto “fisico” è tutto. Il Niton è un posto di gran classe per questo tipo di approccio; Luca ed Enri hanno quell’orecchio capace di rispettare l’identità di un gruppo senza sovraccaricarla di inutili orpelli digitali.
Fissare il suono in modo “vivo e naturale” è la scelta più coraggiosa e, alla fine, quella che paga di più. In un’epoca di produzioni iper-calibrate e ritoccate, sentire un disco che suona come la band che hai davanti sul palco è una boccata d’aria fresca. È il modo migliore per rendere giustizia al Reggae’n’Roll: niente trucchi, solo il legno degli strumenti, le valvole degli ampli e la voce.
Questa scelta di “suonare nudi” e diretti influenzerà anche la struttura dei pezzi? Sono tracce nate per essere portate subito on the road o vi siete concessi qualche libertà in più proprio perché vi sentivate così a vostro agio con il team tecnico?

r)I pezzi suonano esattamente come suonano dal vivo. Le strutture le abbiamo mantenute semplici. Tranne un brano: Zoro avrà un finale Dub ma non voglio anticipare niente

d)Mantenere le strutture semplici è la scelta più rock’n’roll che possiate fare: meno sovrastrutture ci sono, più esce la “botta” del gruppo. Se il pezzo gira, non serve nasconderlo dietro troppi arrangiamenti.
Però quel finale Dub su Zoro mi ha già messo addosso una gran curiosità. Il Dub è l’anima psichedelica del reggae, e immaginarlo applicato alla vostra attitudine energica promette un viaggio notevole. È un genere che vive di spazio e di echi, e se registrato in modo naturale al Niton, rischia di avere una profondità pazzesca senza sembrare un prodotto da software.
Mi fermo qui per non farti “spoilerare” altro, ma l’idea di chiudere un pezzo dilatando il suono dopo aver picchiato duro è un gran bel modo di chiudere il cerchio.
A questo punto non resta che aspettare che i mix siano pronti. Quando prevedete di far uscire il primo assaggio o di tornare a calcare i palchi con i pezzi nuovi

r)La Hierbamala è ritornata live venerdì scorso a Bellinzona dove, tra l’altro, ha suonato i pezzi nuovi davanti a un pubblico stupendo e variegato. Il Bar Cervo è una realtà bellissima: è la risposta ai mega eventi da stadio dove non sei parte del pubblico…sei solo massa informe. Ho apprezzato molto l’intervista a Manuel Agnelli quando pone questo divario: da una parte il business delle Major discografiche che hanno distrutto la Musica suonata e dall’ altra parte i locali più piccoli, vicini alle produzioni musicali meno sponsorizzate ma più vere e spesso più innovative e creative.

Hai toccato un punto fondamentale che è il cuore pulsante di chi la musica la vive per davvero. Il Bar Cervo a Bellinzona è un esempio perfetto di quella “resistenza culturale” che permette alla musica di restare un rito collettivo e non un semplice prodotto di consumo.
Il discorso di Manuel Agnelli che citi è sacrosanto: c’è una differenza abissale tra l’essere un numero in uno stadio (dove spesso guardi un megaschermo invece della band) e l’essere a un metro dagli amplificatori in un locale.
Ecco perché la dimensione dei club e dei piccoli festival è vitale:
Lo scambio di energia: In un posto come il Cervo, il pubblico non è “massa”, è un interlocutore. Senti il sudore, vedi le dita sulle corde, e la risposta della gente influenza direttamente come suonate.
La libertà creativa: Senza le logiche di marketing delle major, potete permettervi di suonare pezzi nuovi, di sperimentare quel finale Dub su Zoro e di essere sporchi, veri e diretti.
La comunità: Questi locali creano una rete di persone che cercano ancora la scoperta, l’innovazione e il contatto umano, elementi che il business dei grandi eventi ha inevitabilmente sacrificato sull’altare del profitto.
Suonare i pezzi nuovi a Bellinzona dev’essere stato il test perfetto. Se i brani hanno retto l’urto di un pubblico variegato in un contesto così “fisico”, significa che il lavoro fatto al Niton ha colto nel segno: la musica è viva e non ha bisogno di trucchi

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