Il reggae della Hierbamala contagia Materia: “Una goduria suonare insieme. Pindi è un vero poeta”

La storica reggae band Hierbamala nata a Varese nel 1997 si racconta a Materia, tra musica, aneddoti e buon umore

di Nicole Pecchio
per VareseNews

Come può rompere il ghiaccio una band se non facendo parlare la sua musica? La Hierbamala resta musicale anche da intervistata, come successo venerdì 4 luglio a Materia, dove i partecipanti hanno avuto il piacere di conoscere la loro storia soprattutto grazie al tono incalzante delle loro voci e grazie a un assaggio della loro discografia.

Pace, giustizia, amore e libertà” sono le parole e i temi che emergono dai testi e dai ritmi combinati di diversi stili: vibrazioni del reggae italiano, energia dello psycho garage, fermento balcanico, eleganza soul e ritmo rocksteady.

La loro musica ha uno spirito profondamente positivo, autoironico e contagioso. Tanto che molte persone hanno deciso di sfidare il caldo di luglio per venirli ad ascoltare e passare una serata all’insegna di buona musica e buon umore insieme a Pindi, HierbaProf, HierbaFio e HierbaLuz.

ATTO DI RESISTENZA IN TERRA OSTILE

Come spiegato dal frontman Pindi, al secolo Carlo Sandrin, quello della Hierbamala è “reggae and roll” inteso come «atto di resistenza anche in terra ostile. Perché è risaputo che non è semplice fare musica in provincia, come nella nostra. Abbiamo capito una cosa, che per realizzare i sogni bisogna svegliarsi, ma Hierba cattiva non muore mai».

La loro forza, che ne ha assicurato la “resistenza” sta nel creare una musica che si racconti in chiave reggae, parlando anche al mondo latino. Infatti anche se lo chiamano gruppo reggae, nei loro pezzi c’è spazio per più generi: ecco perché hanno un pubblico più ampio che i soli reggaeofili.

Nonostante le difficoltà del fare musica in zone meno vivaci che le grandi città, la Hierbamala ha ricordato anche il grande successo del loro ultimo grande concerto del 25 aprile a Gemonio per Resistenza in festa, esibizione di cui la band è particolarmente soddisfatta e caratterizzata dall’aneddoto della maglietta misteriosa, recante la scritta Omnia Sunt Communia, il titolo del loro ultimo album, pubblicato nel 2024. A fine concerto un fan, rimasto anonimo (per lo meno nei ricordi della band), si sarebbe spogliato di questa inedita maglietta (non disponibile al “merch” della band) indossata per tutto il concerto per consegnarla a Pindi tramite HierbaFio, dicendole «”Pindi sa” – Ma Pindi non sapeva e tutt’ora non sa cosa il fan intendesse esattamente».

HierbaLuz durante l’intervista conferma il concerto della manifestazione di Gemonio come uno dei preferiti della band,  aggiungendo però che ogni nuovo concerto diventa il preferito del gruppo – come è stato anche Materia, sebbene non si trattasse di un vero concerto, bensì di un format che prevedeva domande e risposte dal vivo, con la possibilità di intervento anche del pubblico.

PRONTI TRE NUOVI BRANI

La loro anima musicale e tenace ha pronti già «tre pezzi nuovi, di livello ancora più alto» grazie anche all’intervento dello Studio Niton che li ha appoggiati, facendoli sbocciare nelle migliori condizioni musicali possibili. Brani i loro che sembrano svilupparsi naturalmente. Pindi racconta che trova l’ispirazione nella cucina di casa sua, si mette a strimpellare e i brani nascono da un’esigenza fisica. «Non correggo i brani una volta scritti».

Il «poeta» – come lo definisce la sua band- dopo aver scritto anche la parte strumentale, con un giro di la e re minore «aggiunge un po’ di jazz e il gioco è fatto». Dopodiché, come racconta Pindi, «con molto pudore faccio sentire i pezzi a mia moglie, ovvero il grande vaglio da passare. A quel punto i pezzi vengono suonati alla band nello Hierbabunker di Laveno. Lì molti altri brani nascono dal semplice fatto di stare insieme. Melodie eseguite spontaneamente durante le loro serate in compagnia diventano presto veri e propri brani accattivanti per gli hierbalovers».









“Mora”: il colore di un ricordo

Care Hierbalovers,
Se un ricordo potesse prendere forma, per la Hierbamala avrebbe i tratti inconfondibili dei suoi capelli neri e il suo nickname sulla rubrica sarebbe “Mora“.

Nell’omaggio a Van Morrison e alla sua iconica “Brown Eyed Girl“, abbiamo voluto dare alla nostra musa un nome semplice: Mora. Non è un nome scelto a caso. È un tributo, poetico e diretto, a chi abbiamo amato con gioia e semplicità: quell’amore giovane a cui piace ridere mentre lo fa. Un Amore che si perde nel tempo ma ha radici profonde e quando risale in brevi momenti riconosce “quanto forte gli batte il tuo cuore”


In quei versi carichi di vita vissuta – quando  “fazevo el mona per farte solo rider un poco in giardin de tu nona“, o si cercava calore per le “man iazàde tra còtola e Bora” – la “Mora” è la ragazza dei nostri sogni più dolci. È la compagna di avventura, quella con cui si andava “a pìe fin’Yugo pe’l confin de Muia“, assaporando “el vin domacha” ( il vino fatto in casa nda) e “svolavimo in Vale” ( riferimento alla Val Rosandra vicino a Trieste e al confine con la Slovenia e a suo tempo con la Jugoslavia). Una figura che racchiude mistero e passione, una cascata di inchiostro o un mare notturno, e che incarna la semplicità e la purezza di un amore ancora vivo, simboleggiato da “solo ‘nà rosa” e qui, quasi a voler smontare il lirismo poetico con un piccolo artificio segue  la tipica risposta al classico “va’ in mona de tu mare”: “LA TUA!” . Che non sia mai, nei testi della Hierba, che una rosa sia una rosa ( a rose Is a rose Is a rose).

Ogni volta che intoniamo “Oh mia Mora…oh Mora mio amor! …e te cantavi pian…”, il nostro pensiero vola e la nostra anima balla e vibra e, sapete una cosa? Mora ora è a voi: more, bionde, blu; è per tutti i vostri sguardi profondi, è per la vostra energia vibrante e alla vostra inconfondibile presenza che, come il nostro ritornello “shallallallala latidà”, continua a risuonare nel nostro cuore. Siete voi le muse che rendono la nostra musica viva.

il testo della canzone è più giù 👇

“Mora” live a Resistenza in Festa 25

Mora ( lyrics di Carlo Pindie Sandrin by courtesy Ossigeno ed. Mestre 2006)

Te ciòlevo in giro e fazevo el mona
per farte solo rider un poco in giardin de tu nona.
De inverno sudavo, no vedevo l’ora
de sconderme le man iazàde
tra còtola e Bora.
Oh mia Mora…oh Mora mio amor!
A pìe fin’Yugo pe’l confin de Muia
che brivido quel vin domacha… tornavimo in furia
svolavimo in Vale, sparivimo in graia
Madreselva, oro e giara ma xè solo ‘nà rosa
…La tua rosa, oh Mora mio amor!
E te cantavi pian: shallallallala latidà
…E ‘desso lavoro, no fazo più el mona
ma me manca i tui musi beibe! Me manca tù nona
Te vedo sempre in giro con gente ‘sai fina
tappada a fogo, tuta in tiro ma no te vedi l’ora
Oh mia Mora …oh Mora mio amor!
E te cantavi pian:shallallallala latidà

“Guida Galattica”: Un Invito Al Viaggio.

(di Dhyan Cortese)

La copertina originale della versione italiana di” The hitch-hickers  Guide to Galaxy”

Ciao HierbaLovers (e in special modo la nostra Vale)! Oggi vogliamo  parlare di una delle nostre canzoni più antiche; quella che molto spesso ci chiedete di suonare e che non inseriamo in scaletta perché siamo pigri esistenzialisti un po’ rimbi:

Guida Galattica”.

Guida è una delle primissime canzoni in stile reggae scritte dal Pindie, roba del secolo scorso (1997 o giù di lì) e la  trovate sul primo album “ora d’aria a Babylon“.

Magari il titolo vi fa subito pensare a viaggi interstellari e alieni, e in effetti l’ispirazione principale viene proprio da quel genio di Douglas Adams e dal suo “Guida Galattica per Autostoppisti”. Un libro che ci ha fatto sognare (e ridere un sacco!) con le sue avventure assurde nello spazio.
Però, come spesso accade nelle nostre canzoni, dietro a un’immagine un po’ “fuori di testa” si nasconde qualcosa di più vicino a noi, al nostro modo di vivere e di sentirci qui, sul nostro piccolo pianeta.
Pensateci un attimo: la vita a volte può sembrare un viaggio senza una meta precisa, un po’ come ritrovarsi catapultati nello spazio senza una mappa. Ci sentiamo persi, confusi, e magari ci chiediamo: “… ma Dio c’è…o ci fa’?”
Ecco, la nostra “Guida Galattica” vuole essere un po’ una bussola immaginaria che ci aiuta a orientarci. Non ci dice esattamente dove dobbiamo andare, ma ci ricorda che abbiamo la possibilità di trovare una direzione, di cercare qualcosa che ci faccia “splendere”, come dice il testo.
Quando cantiamo “se ti perdi al di là del sistema solare e non c’è niente più niente più niente da fare”, è un po’ come quei momenti in cui ci sentiamo completamente spaesati, senza più appigli. E la risposta è lì, nella “Guida galattica” che dobbiamo “solo trovare” dentro di noi.

A volte ci chiedete se ci sono diversi “livelli” interpretativi delle figure che compongono Guida tipo la Piramide,il viaggio finale, Sirio,  le Pleiadi, “Re dei Re” e citazioni un po’ esoteriche): si è così ma se vi diciamo tutto allora non vale. Bisogna che un po’ il mistero vi e ci stimoli a guardare più in alto del cielo.

Poi

Quando diciamo “non ti fermare alle Pleiadi neanche un centro sociale”, non intendiamo sminuire l’importanza di questi spazi di aggregazione e creatività, anzi! I centri sociali sono stati e sono fucine di idee e di fermento culturale, luoghi dove  si coltiva l’impegno e la voglia di cambiare le cose.

I centri sociali sono parte di quel fermento vivo che nasce proprio quando ci si spinge oltre le comode certezze, quando si intraprende un viaggio più ambizioso e autentico. Dobbiamo puntare a “stelle lontane”, a qualcosa di più autentico e significativo per noi.


Certo, il viaggio può essere un po’ “vuoto a perdere” a volte, pieno di “nane e meteore”, di cose che sembrano importanti ma che in realtà non ci riempiono. Ma la cosa fondamentale è continuare a cercare quel “posto per splendere”, quella nostra unicità che ci fa sentire vivi e parte di qualcosa di più grande.
E poi c’è quel riferimento a “Jah che canta” e al “cuore del Rastafari”… Beh, per noi è un modo per ricordare che in questo viaggio non siamo soli. C’è un’energia, una vibrazione positiva che ci connette a qualcosa di più grande, che ci può dare forza e ispirazione. E quel “Barrio NOVA PONZIANA” su Sirio? È un piccolo angolo di familiarità in mezzo all’immensità (Ponziana è uno dei quartieri operai di Trieste più genuino e autentico nda), un posto dove ci si può sentire a casa anche quando tutto il resto sembra lontano.
Quindi, la prossima volta che ascoltate “Guida Galattica”, pensate che non è solo un’avventura nello spazio. È un invito a esplorare il vostro spazio interiore, a cercare la vostra “guida” personale e a non smettere mai di puntare alle vostre “stelle lontane”.
Continuate a seguirci per altri viaggi sonori e riflessioni galattiche!
A presto!
Hierbamala

PS il solo e la chitarra in Guida Galattica è di Kris “Dubba” Duballeri

…ma restiamo umili

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Bob Marley: Voce di Ribellione e Speranza

di Levi Tambo

L’eco del reggae risuonava nei vicoli di Trenchtown, un canto di ribellione e speranza che si levava dalla voce di Bob Marley. Anni ’70, Giamaica, un’isola scossa da venti politici contrastanti. Da un lato, il Partito Laburista Nazionale (PNP) di Michael Manley, con la sua promessa di socialismo e uguaglianza, dall’altro, il Partito Laburista Giamaicano (JLP) di Edward Seaga, che ammiccava agli interessi americani.
Marley, con la sua musica intrisa di rastafarianesimo, era un simbolo di unità per il popolo giamaicano, un’icona che infondeva coraggio e speranza. Ma la sua voce, potente e influente, non piaceva a tutti. Si diceva che la CIA vedesse in lui una minaccia, un ostacolo ai loro piani per mantenere l’isola sotto il controllo americano.
Nel 1976, le ombre si allungarono sulla casa di Marley. Un commando armato fece irruzione, sparando all’impazzata. Marley sopravvisse, ma il messaggio era chiaro: la sua voce doveva essere silenziata. Il tentato omicidio, avvolto nel mistero, alimentò le voci di un coinvolgimento della CIA, un’ombra che si allungava sulla Giamaica come un presagio funesto.
Poi, nel 1981, il silenzio. Marley morì di melanoma, una malattia che lo aveva consumato lentamente. Ma anche la sua morte fu avvolta nel sospetto. Alcuni sussurravano di un ago avvelenato, un’arma silenziosa e letale, un ultimo atto di un complotto ordito nell’ombra.
Le prove concrete mancavano, come sabbia che scivola tra le dita. Ma il contesto politico, le speculazioni, il ricordo di un’America Latina segnata da interventi occulti, tutto alimentava il fuoco del sospetto. Il documentario di Netflix, “ReMastered: Who Shot the Sheriff?”, riaccese le fiamme, esplorando le teorie, scavando nel torbido passato.
La verità rimane nascosta, avvolta nel mistero come un riff di reggae che si perde nel vento. Ma la voce di Bob Marley, il suo messaggio di pace e unità, continua a risuonare, un’eco che sfida il tempo e le ombre del potere.

Levi Tambo aka

Alessandro Tamborini

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