Reggae Strumming

Per suonare lo strumming reggae devi concentrarti sul “levare” (gli off-beat o upbeats), creando un ritmo percussivo e saltellante che lascia spazio alla linea di basso

Elementi Chiave

  1. Il Ritmo in Levare: La caratteristica principale è che gli accordi non vengono suonati sui battiti principali (l’1, il 2, il 3 e il 4), ma sugli “e” che si trovano in mezzo: “1 e 2 e 3 e 4 e“. L’attacco è solitamente sui beat 2 e 4, o sull'”e” tra i battiti, a seconda di come si conta.
  2. Tecnica “Skank” o “Chop”: Il suono deve essere corto, stoppato e percussivo, quasi un “colpo” secco (chop) piuttosto che un accordo che risuona.
  3. Muting (Stoppare le Corde): Per ottenere il suono stoppato, devi rilasciare immediatamente la pressione della mano sinistra (sulla tastiera) subito dopo aver pizzicato le corde, senza togliere completamente le dita dalle corde. In alternativa, puoi usare il palmo della mano destra vicino al ponte (ponte) per mutare il suono.
  4. Movimento Costante della Mano Destra: Mantieni un movimento costante della mano destra (o del plettro) su e giù per tutte le 4/4. Le corde vengono suonate solo durante i colpi in levare (upstroke o downstroke a seconda del pattern) mentre gli altri movimenti sono “a vuoto” o muti. Questo aiuta a mantenere il groove e la precisione ritmica.
  5. Uso del Plettro (Consigliato): Sebbene si possa suonare anche con le dita, l’uso del plettro (pick) è generalmente utile per ottenere l’attacco percussivo e brillante tipico del reggae. 

Pattern di Strumming Semplice 

Ecco un pattern di base:

  • Conta ad alta voce: “1 e 2 e 3 e 4 e
  • Esegui un movimento costante della mano: giù-su-giù-su… per ogni conteggio (nota e “e”).
  • Suona le corde (con la mano sinistra che preme l’accordo e rilascia subito dopo) solo sul “e” dopo il 2 e sul “e” dopo il 4 (oppure direttamente sul 2 e sul 4). I movimenti sull’1, sul 3 e sugli altri “e” saranno muti. 

Il reggae della Hierbamala contagia Materia: “Una goduria suonare insieme. Pindi è un vero poeta”

La storica reggae band Hierbamala nata a Varese nel 1997 si racconta a Materia, tra musica, aneddoti e buon umore

di Nicole Pecchio
per VareseNews

Come può rompere il ghiaccio una band se non facendo parlare la sua musica? La Hierbamala resta musicale anche da intervistata, come successo venerdì 4 luglio a Materia, dove i partecipanti hanno avuto il piacere di conoscere la loro storia soprattutto grazie al tono incalzante delle loro voci e grazie a un assaggio della loro discografia.

Pace, giustizia, amore e libertà” sono le parole e i temi che emergono dai testi e dai ritmi combinati di diversi stili: vibrazioni del reggae italiano, energia dello psycho garage, fermento balcanico, eleganza soul e ritmo rocksteady.

La loro musica ha uno spirito profondamente positivo, autoironico e contagioso. Tanto che molte persone hanno deciso di sfidare il caldo di luglio per venirli ad ascoltare e passare una serata all’insegna di buona musica e buon umore insieme a Pindi, HierbaProf, HierbaFio e HierbaLuz.

ATTO DI RESISTENZA IN TERRA OSTILE

Come spiegato dal frontman Pindi, al secolo Carlo Sandrin, quello della Hierbamala è “reggae and roll” inteso come «atto di resistenza anche in terra ostile. Perché è risaputo che non è semplice fare musica in provincia, come nella nostra. Abbiamo capito una cosa, che per realizzare i sogni bisogna svegliarsi, ma Hierba cattiva non muore mai».

La loro forza, che ne ha assicurato la “resistenza” sta nel creare una musica che si racconti in chiave reggae, parlando anche al mondo latino. Infatti anche se lo chiamano gruppo reggae, nei loro pezzi c’è spazio per più generi: ecco perché hanno un pubblico più ampio che i soli reggaeofili.

Nonostante le difficoltà del fare musica in zone meno vivaci che le grandi città, la Hierbamala ha ricordato anche il grande successo del loro ultimo grande concerto del 25 aprile a Gemonio per Resistenza in festa, esibizione di cui la band è particolarmente soddisfatta e caratterizzata dall’aneddoto della maglietta misteriosa, recante la scritta Omnia Sunt Communia, il titolo del loro ultimo album, pubblicato nel 2024. A fine concerto un fan, rimasto anonimo (per lo meno nei ricordi della band), si sarebbe spogliato di questa inedita maglietta (non disponibile al “merch” della band) indossata per tutto il concerto per consegnarla a Pindi tramite HierbaFio, dicendole «”Pindi sa” – Ma Pindi non sapeva e tutt’ora non sa cosa il fan intendesse esattamente».

HierbaLuz durante l’intervista conferma il concerto della manifestazione di Gemonio come uno dei preferiti della band,  aggiungendo però che ogni nuovo concerto diventa il preferito del gruppo – come è stato anche Materia, sebbene non si trattasse di un vero concerto, bensì di un format che prevedeva domande e risposte dal vivo, con la possibilità di intervento anche del pubblico.

PRONTI TRE NUOVI BRANI

La loro anima musicale e tenace ha pronti già «tre pezzi nuovi, di livello ancora più alto» grazie anche all’intervento dello Studio Niton che li ha appoggiati, facendoli sbocciare nelle migliori condizioni musicali possibili. Brani i loro che sembrano svilupparsi naturalmente. Pindi racconta che trova l’ispirazione nella cucina di casa sua, si mette a strimpellare e i brani nascono da un’esigenza fisica. «Non correggo i brani una volta scritti».

Il «poeta» – come lo definisce la sua band- dopo aver scritto anche la parte strumentale, con un giro di la e re minore «aggiunge un po’ di jazz e il gioco è fatto». Dopodiché, come racconta Pindi, «con molto pudore faccio sentire i pezzi a mia moglie, ovvero il grande vaglio da passare. A quel punto i pezzi vengono suonati alla band nello Hierbabunker di Laveno. Lì molti altri brani nascono dal semplice fatto di stare insieme. Melodie eseguite spontaneamente durante le loro serate in compagnia diventano presto veri e propri brani accattivanti per gli hierbalovers».









“Mora”: il colore di un ricordo

Care Hierbalovers,
Se un ricordo potesse prendere forma, per la Hierbamala avrebbe i tratti inconfondibili dei suoi capelli neri e il suo nickname sulla rubrica sarebbe “Mora“.

Nell’omaggio a Van Morrison e alla sua iconica “Brown Eyed Girl“, abbiamo voluto dare alla nostra musa un nome semplice: Mora. Non è un nome scelto a caso. È un tributo, poetico e diretto, a chi abbiamo amato con gioia e semplicità: quell’amore giovane a cui piace ridere mentre lo fa. Un Amore che si perde nel tempo ma ha radici profonde e quando risale in brevi momenti riconosce “quanto forte gli batte il tuo cuore”


In quei versi carichi di vita vissuta – quando  “fazevo el mona per farte solo rider un poco in giardin de tu nona“, o si cercava calore per le “man iazàde tra còtola e Bora” – la “Mora” è la ragazza dei nostri sogni più dolci. È la compagna di avventura, quella con cui si andava “a pìe fin’Yugo pe’l confin de Muia“, assaporando “el vin domacha” ( il vino fatto in casa nda) e “svolavimo in Vale” ( riferimento alla Val Rosandra vicino a Trieste e al confine con la Slovenia e a suo tempo con la Jugoslavia). Una figura che racchiude mistero e passione, una cascata di inchiostro o un mare notturno, e che incarna la semplicità e la purezza di un amore ancora vivo, simboleggiato da “solo ‘nà rosa” e qui, quasi a voler smontare il lirismo poetico con un piccolo artificio segue  la tipica risposta al classico “va’ in mona de tu mare”: “LA TUA!” . Che non sia mai, nei testi della Hierba, che una rosa sia una rosa ( a rose Is a rose Is a rose).

Ogni volta che intoniamo “Oh mia Mora…oh Mora mio amor! …e te cantavi pian…”, il nostro pensiero vola e la nostra anima balla e vibra e, sapete una cosa? Mora ora è a voi: more, bionde, blu; è per tutti i vostri sguardi profondi, è per la vostra energia vibrante e alla vostra inconfondibile presenza che, come il nostro ritornello “shallallallala latidà”, continua a risuonare nel nostro cuore. Siete voi le muse che rendono la nostra musica viva.

il testo della canzone è più giù 👇

“Mora” live a Resistenza in Festa 25

Mora ( lyrics di Carlo Pindie Sandrin by courtesy Ossigeno ed. Mestre 2006)

Te ciòlevo in giro e fazevo el mona
per farte solo rider un poco in giardin de tu nona.
De inverno sudavo, no vedevo l’ora
de sconderme le man iazàde
tra còtola e Bora.
Oh mia Mora…oh Mora mio amor!
A pìe fin’Yugo pe’l confin de Muia
che brivido quel vin domacha… tornavimo in furia
svolavimo in Vale, sparivimo in graia
Madreselva, oro e giara ma xè solo ‘nà rosa
…La tua rosa, oh Mora mio amor!
E te cantavi pian: shallallallala latidà
…E ‘desso lavoro, no fazo più el mona
ma me manca i tui musi beibe! Me manca tù nona
Te vedo sempre in giro con gente ‘sai fina
tappada a fogo, tuta in tiro ma no te vedi l’ora
Oh mia Mora …oh Mora mio amor!
E te cantavi pian:shallallallala latidà

“Guida Galattica”: Un Invito Al Viaggio.

(di Dhyan Cortese)

La copertina originale della versione italiana di” The hitch-hickers  Guide to Galaxy”

Ciao HierbaLovers (e in special modo la nostra Vale)! Oggi vogliamo  parlare di una delle nostre canzoni più antiche; quella che molto spesso ci chiedete di suonare e che non inseriamo in scaletta perché siamo pigri esistenzialisti un po’ rimbi:

Guida Galattica”.

Guida è una delle primissime canzoni in stile reggae scritte dal Pindie, roba del secolo scorso (1997 o giù di lì) e la  trovate sul primo album “ora d’aria a Babylon“.

Magari il titolo vi fa subito pensare a viaggi interstellari e alieni, e in effetti l’ispirazione principale viene proprio da quel genio di Douglas Adams e dal suo “Guida Galattica per Autostoppisti”. Un libro che ci ha fatto sognare (e ridere un sacco!) con le sue avventure assurde nello spazio.
Però, come spesso accade nelle nostre canzoni, dietro a un’immagine un po’ “fuori di testa” si nasconde qualcosa di più vicino a noi, al nostro modo di vivere e di sentirci qui, sul nostro piccolo pianeta.
Pensateci un attimo: la vita a volte può sembrare un viaggio senza una meta precisa, un po’ come ritrovarsi catapultati nello spazio senza una mappa. Ci sentiamo persi, confusi, e magari ci chiediamo: “… ma Dio c’è…o ci fa’?”
Ecco, la nostra “Guida Galattica” vuole essere un po’ una bussola immaginaria che ci aiuta a orientarci. Non ci dice esattamente dove dobbiamo andare, ma ci ricorda che abbiamo la possibilità di trovare una direzione, di cercare qualcosa che ci faccia “splendere”, come dice il testo.
Quando cantiamo “se ti perdi al di là del sistema solare e non c’è niente più niente più niente da fare”, è un po’ come quei momenti in cui ci sentiamo completamente spaesati, senza più appigli. E la risposta è lì, nella “Guida galattica” che dobbiamo “solo trovare” dentro di noi.

A volte ci chiedete se ci sono diversi “livelli” interpretativi delle figure che compongono Guida tipo la Piramide,il viaggio finale, Sirio,  le Pleiadi, “Re dei Re” e citazioni un po’ esoteriche): si è così ma se vi diciamo tutto allora non vale. Bisogna che un po’ il mistero vi e ci stimoli a guardare più in alto del cielo.

Poi

Quando diciamo “non ti fermare alle Pleiadi neanche un centro sociale”, non intendiamo sminuire l’importanza di questi spazi di aggregazione e creatività, anzi! I centri sociali sono stati e sono fucine di idee e di fermento culturale, luoghi dove  si coltiva l’impegno e la voglia di cambiare le cose.

I centri sociali sono parte di quel fermento vivo che nasce proprio quando ci si spinge oltre le comode certezze, quando si intraprende un viaggio più ambizioso e autentico. Dobbiamo puntare a “stelle lontane”, a qualcosa di più autentico e significativo per noi.


Certo, il viaggio può essere un po’ “vuoto a perdere” a volte, pieno di “nane e meteore”, di cose che sembrano importanti ma che in realtà non ci riempiono. Ma la cosa fondamentale è continuare a cercare quel “posto per splendere”, quella nostra unicità che ci fa sentire vivi e parte di qualcosa di più grande.
E poi c’è quel riferimento a “Jah che canta” e al “cuore del Rastafari”… Beh, per noi è un modo per ricordare che in questo viaggio non siamo soli. C’è un’energia, una vibrazione positiva che ci connette a qualcosa di più grande, che ci può dare forza e ispirazione. E quel “Barrio NOVA PONZIANA” su Sirio? È un piccolo angolo di familiarità in mezzo all’immensità (Ponziana è uno dei quartieri operai di Trieste più genuino e autentico nda), un posto dove ci si può sentire a casa anche quando tutto il resto sembra lontano.
Quindi, la prossima volta che ascoltate “Guida Galattica”, pensate che non è solo un’avventura nello spazio. È un invito a esplorare il vostro spazio interiore, a cercare la vostra “guida” personale e a non smettere mai di puntare alle vostre “stelle lontane”.
Continuate a seguirci per altri viaggi sonori e riflessioni galattiche!
A presto!
Hierbamala

PS il solo e la chitarra in Guida Galattica è di Kris “Dubba” Duballeri

…ma restiamo umili

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Hierbamala e lo Spirito di “The Commitments”: Quando il Cinema Ispira una Band con il Soul in Levare

Per una band come la Hierbamala, con radici profonde, una “fame”  e un’attitudine genuina quasi religiosa per la Musica, l’impatto di un film come “The Commitments” va ben oltre la semplice visione.Il film di  Alan Parker ( si proprio quello di “The Wall”) non è solo una storia di una band improbabile che porta la luce del vecchio Soul e i classici del rithm’n’blues nel cuore di Dublino; è un manifesto, un’iniezione di energia grezza e autentica che risuona con chiunque abbia mai sognato di far vibrare l’anima attraverso le note.
“The Commitments”, con la sua colonna sonora soul graffiante e i personaggi indimenticabili, ha piantato un seme potente nell’immaginario collettivo di musicisti e musicanti in tutto il mondo. Per la Hierbamala, sembra essere stato un vero e proprio faro, illuminando un percorso fatto di dedizione, passione e la pura gioia di suonare insieme.
Cosa rende questo film così fondamentale per una band? Forse è l’idea che la musica non ha bisogno di pedigree o di palcoscenici patinati per essere potente e significativa. La band improvvisata di Jimmy Rabbitte,

Jimmie Rabbitte aka Roberto Arkins

con i suoi membri eccentrici e i loro difetti, dimostra che l’autenticità e la passione possono superare qualsiasi ostacolo. Vedere questa eterogenea squadra trovare un’armonia inaspettata, trasformando le proprie imperfezioni in un sound unico e vibrante, è un’immagine che parla direttamente al cuore di ogni musicista che ha iniziato in una cantina o in un garage.


L’approccio “do it yourself” mostrato nel film, la tenacia nel superare le difficoltà logistiche e personali, e soprattutto, la centralità della musica come forza unificante, sono tutti elementi che possono aver profondamente influenzato la filosofia della Hierbamala. Magari avete ritrovato nel personaggio di Jimmy Rabbitte un’eco del vostro leader, un visionario capace di vedere il potenziale in un gruppo di individui apparentemente disparati. Forse vi siete riconosciuti nelle dinamiche interne della band, nelle tensioni creative che alla fine portano a un suono più ricco e complesso.
E poi c’è la musica, quel soul caldo e avvolgente che diventa la colonna sonora di una rinascita, di una presa di coscienza come il reggae’n’roll di Pindie e compagni. Le cover magistrali di classici come “Mustang Sally” e “Try a Little Tenderness” non sono solo esecuzioni, ma vere e proprie celebrazioni di un genere che parla di dolore, gioia, amore, sesso e speranza. È facile immaginare come l’energia contagiosa di queste performance sullo schermo possa aver ispirato la Hierbamala a cercare quella stessa intensità e quel feeling nella propria musica.
In definitiva, “The Commitments” non è solo un film sulla musica; è un film sullo spirito di gruppo, sulla ricerca di una voce collettiva e sul potere trasformativo dell’arte.

Per la Hierbamala, deve essere stato un promemoria; come rivela il Tambo “… la vera essenza di una band risiede nella connessione tra i suoi membri e nella passione condivisa per la musica, un’eredità che continua a risuonare ad ogni nostra nota. Il film ha offerto non solo un modello, ma una vera e propria filosofia di vita per la nostra avventura musicale.

Una Recensione da un Amico Fraterno

Omnia Sunt Communia Vol.II

Arshad Moscogiuri

Lo so, è passato molto tempo. 

Ho avuto da fare, sono andato in vacanza, il lavoro, gli impegni, il vestito in lavanderia, le cavallette.

Ma soprattutto (e qui tolgo gli occhiali da sole, mostrando le palpebre a mezz’asta che rivelano cornee variegate all’amarena), ho voluto ascoltare con calma e nei momenti giusti l’album.

E scriverti, qui copincollata, l’inoppugnabile recensione che merita.

Grazie Pindi.

OMNIA SUNT COMMUNIA

Tutto è di tutti, titola l’album. Anche la musica, pur senza le radici che l’ha prodotta, può essere trapiantata per talea in altro suolo, in altri cuori, e così scaldare differenti anime in diverse latitudini temporali. In questi otto brani c’è omnia o quasi. C’è il rock psichedelico, a saperlo trovare. Si trasforma la new wave, fa capolino il calypso, ti sorprende la cubana, s’allinea il dub ed esplode il reggae. Come una sorpresa dentro l’uovo, spunta anche un’ironica, irresistibile filastrocca. Patchanka? Non c’è e non se ne sente la mancanza, un po’ come le barbe degli hypster. Per il resto, gli Hierbamala hanno saputo render communia tutto quest’omnia con un album che è un omaggio, raffinato ed elegante, a tutto ciò che scalda l’anima dei puri.

01 Magic Bus

Roots radicals, il sapore autentico del reggae, puro e vero. Ricamate citazioni infiocchettano un brano che pare in tutto e per tutto scritto, composto e registrato a fine anni ’70. 

VOTO = 9

Perché non 10: perché non sei negro

 

02 Magné

Pezzo da ballare, basso dub, testo sempre godibilissimo. 

VOTO = 7 ½

Perché non 10: perché forse lasciando più spazio e profondità alle percussioni, avrebbe le potenzialità per essere ancora più incalzante e ballarlo fino allo stremo

 

03 Big Mouth Strikes Again

Che dire? In assoluto il più bello, prezioso, intenso e interessante remake mai fatto di questo capolavoro.

Grandiosa interpretazione vocale di Pd, che fa vibrare tutte le corde emotive, parte Morrissey e continua trascinando le parole in perfetto stile reggae, rielabora e ricompone senza mai uscire dallo splendido quadro che la band ha saputo creare.

VOTO = 10

Perché non di meno: perché gli Smiths dovrebbero vergognarsi di non averci pensato loro

 

04 Spina

Vi siete mai chiesti cosa avrebbe registrato De Andrè se, invece di sigarette, avesse fumato ganja? Ne avrebbe risentito sicuramente l’umore che, senza perdere verticalità e profondità nei testi, avrebbe portato una visione più clemente del mondo e delle cose, della poesia e del sentimento, avrebbe regalato un frizzo di colore e un alito di sole. Avrebbe abbracciato sonorità più calde e vibranti e, alla fine di un brano, ci si sarebbe sentiti grati e positivi, anziché terribilmente scontenti e amareggiati. Questa ballata tonda e perfetta dunque, a ben vedere, pare non aver nulla da paragonare al cantautore genovese. A parte la grandezza.

VOTO = 10

Perché non di meno: perché Fabri avrebbe dovuto farsi le canne invece di tutto il resto

 

05 Eva

Nel giardino dell’Eden non ci sono sonorità reggae, né rock, né jazz. L’Eden non è una ballata, non suona con battute regolari né tempi a cassa dritta. Nella natura senza paura del paradiso ci possono essere soltanto due tipi di musica: quella classica, ma di notte. Di giorno, cubana. Di giorno si balla con la regina, con la musica più solare, ricercata e popolare, semplice e complessa che possa echeggiare. Si riassapora la vita da vivi attraversati da ritmiche incrociate, accarezzati da cori in controcanto e inseguendo il piano che scarrucola.

VOTO = 8

Perché non 10: perché se non sei nato a Cuba non potrai mai e poi mai avere più di 8

 

06 Sangre Misto

Rispetto all’edizione originale, questo brano risulta diluito. Addolcito nell’arrangiamento, i cori non arrivano a esprimere né rabbia, né determinazione né rivendicazione e, di conseguenza, anche Pd si allinea. Per quello che Sangre Misto rappresenta, questo remake è sicuramente più dotto, ma altrettanto meno incisivo dell’originale. In sintesi, anche se dentro un bicchiere di cristallo, il cocktail che ci serve l’oste ha troppo ghiaccio che, mentre si scioglie, lo annacqua un po’. Nota: suoneremo jambé ma il jambè parte assieme alla cassa: un giro solo jambé con un controtempo, come lo vedi? 

VOTO = 5

Perché non 10: perché l’originale è da 10

 

07 Live in Peace

Non dico la canzone, ma se anche soltanto il testo fosse messo all’asta e se a questa potessero partecipare gli spiriti di Bob Marley e Peter Tosh, i due farebbero battaglia per aggiudicarselo. Se ci mettiamo anche la musica, invece, resterebbero ad ascoltarlo per poi applaudire commossi. Dentro questo brano c’è tutto il reggae. C’è l’eco avita del calypso, ci si ritrovano tutti i suoni Tuff Gong, si canta un manifesto rastafari di pace e fratellanza. Lo puoi ascoltare nella giungla, lo puoi ballare in città. Gemma pura.

VOTO = 9

Perché non 10: solo per rispetto verso Bob e Peter, ma è da 10

 

08 CBD

Chiudete in studio di registrazione I Gufi, gli Squallor e tutti i compositori delle musiche dei Muppet Show. Date loro solo acqua, cartine, tabacco e cbd. Prima o poi, comporranno esattamente questa canzoncina facile facile, che tutti i bambini in età prescolare dovrebbero cantare tenendosi per mano iin cerchio. Godibilissima filastrocca ad alto contenuto di CBD: Che Bel Divertimento!

VOTO = 7,5

Perché non 10: perché non lo pretende, è una filastrocca e ha il coraggio di esserlo, lo sa benissimo da sè

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Le Pietre Rotolanti

Keith e Mick

C’era una volta, in una Londra fumosa e vibrante di suoni nuovi, un luogo magico chiamato Ealing Club. Ogni sera, le sue mura tremavano al ritmo del blues, una musica potente e misteriosa che arrivava da terre lontane. Su quel palco incantato, un mago della chitarra di nome Elmo Lewis, un giovane con capelli color del sole e un cuore che batteva a tempo di blues, incantava la folla con le sue note scivolanti. Al suo fianco, un saggio maestro di nome Alexis Korner lo guidava tra le melodie oscure, mentre dietro di loro, un giovane alchimista dei ritmi, Charlie Watts, tesseva trame sonore con le sue bacchette magiche.
Una sera di primavera, quando il settimo giorno di aprile si stava trasformando in notte stellata, due giovani cavalieri erranti fecero il loro ingresso nell’Ealing Club. Si chiamavano Keith dalle dita agili e Mick dalla voce potente, e nei loro cuori ardeva un desiderio incontenibile: creare una musica nuova, un suono che scuotesse le anime e facesse ballare il mondo intero. Erano stregati dalla “musica del diavolo”, come la chiamavano alcuni, quel blues che raccontava storie di dolore e di gioia, di strade polverose e di amori perduti.
Quando i loro occhi si posarono sul palco e udirono le note cristalline della chitarra di Elmo Lewis che si libravano nell’aria sulle parole di una vecchia canzone, “Dust my broom”, rimasero folgorati. Quel giovane biondo, con le sue dita veloci e il suo tocco magico, era proprio il tipo che stavano cercando. E anche quel batterista, con il suo ritmo elegante e preciso, sembrava avere la stoffa giusta.
Con il coraggio dei sognatori, Keith e Mick si avvicinarono ai musicisti al termine dell’incantesimo sonoro. Parlarono con Elmo, gli raccontarono del loro sogno, della loro voglia di creare qualcosa di unico. E il giovane mago della chitarra, sentendo la loro passione ardente, accettò di incontrarli il giorno seguente. Anche il saggio Charlie Watts, incuriosito da quell’energia contagiosa, si unì alla promessa.
E così, in quella notte all’Ealing Club, tra le volute di fumo e le note vibranti, si posero le prime pietre di un’avventura musicale straordinaria. Un incontro magico che avrebbe acceso una fiamma destinata a illuminare per sempre la storia della musica, forse la pagina più brillante di tutte.

Bob Marley: Voce di Ribellione e Speranza

di Levi Tambo

L’eco del reggae risuonava nei vicoli di Trenchtown, un canto di ribellione e speranza che si levava dalla voce di Bob Marley. Anni ’70, Giamaica, un’isola scossa da venti politici contrastanti. Da un lato, il Partito Laburista Nazionale (PNP) di Michael Manley, con la sua promessa di socialismo e uguaglianza, dall’altro, il Partito Laburista Giamaicano (JLP) di Edward Seaga, che ammiccava agli interessi americani.
Marley, con la sua musica intrisa di rastafarianesimo, era un simbolo di unità per il popolo giamaicano, un’icona che infondeva coraggio e speranza. Ma la sua voce, potente e influente, non piaceva a tutti. Si diceva che la CIA vedesse in lui una minaccia, un ostacolo ai loro piani per mantenere l’isola sotto il controllo americano.
Nel 1976, le ombre si allungarono sulla casa di Marley. Un commando armato fece irruzione, sparando all’impazzata. Marley sopravvisse, ma il messaggio era chiaro: la sua voce doveva essere silenziata. Il tentato omicidio, avvolto nel mistero, alimentò le voci di un coinvolgimento della CIA, un’ombra che si allungava sulla Giamaica come un presagio funesto.
Poi, nel 1981, il silenzio. Marley morì di melanoma, una malattia che lo aveva consumato lentamente. Ma anche la sua morte fu avvolta nel sospetto. Alcuni sussurravano di un ago avvelenato, un’arma silenziosa e letale, un ultimo atto di un complotto ordito nell’ombra.
Le prove concrete mancavano, come sabbia che scivola tra le dita. Ma il contesto politico, le speculazioni, il ricordo di un’America Latina segnata da interventi occulti, tutto alimentava il fuoco del sospetto. Il documentario di Netflix, “ReMastered: Who Shot the Sheriff?”, riaccese le fiamme, esplorando le teorie, scavando nel torbido passato.
La verità rimane nascosta, avvolta nel mistero come un riff di reggae che si perde nel vento. Ma la voce di Bob Marley, il suo messaggio di pace e unità, continua a risuonare, un’eco che sfida il tempo e le ombre del potere.

Levi Tambo aka

Alessandro Tamborini

testi consigliati:

Havana Glam di WuMing4

Breve storia di sette omicidi di Marlon James

Gaza: dove i pesci muoiono

Questa è la storia dell’insegnante che prese un pesce dall’acquario della sua classe, lo mise sul tavolo davanti alla classe e poi lasciò l’aula con il messaggio che nessuno poteva muoversi dal proprio posto. Chiunque si opponesse verrebbe immediatamente espulso dalla scuola.Nessuno dei bambini si mosse e tutti guardarono il pesce lottare. Nessuno osò alzarsi per evitare di finire nei guai.Ma alla fine una ragazza balzò in piedi, corse verso il pesce e lo rimise nella vasca. Dopotutto, lei era l’unica che si rifiutava di guardare il pesce morire.Quando l’insegnante ritornò, spiegò alla classe che quella era stata una lezione. Che la paura di finire nei guai non dovrebbe mai impedirti di fare la cosa giusta. Che a volte devi sfidare l’autorità e il pensiero di gruppo semplicemente perché è la cosa giusta da fare.

Un saluto da Gaza dove i pesci muoiono.

i popoli Rasta e il Dio in terra

La storia racconta di Hailé Selassié, imperatore d’Etiopia, e del movimento Rastafariano che lo venera come un dio. Selassié, ultimo imperatore di una lunga dinastia, si impegnò nella modernizzazione del suo paese, ma fu costretto all’esilio da Mussolini durante l’invasione italiana dell’Etiopia. Ritornò al potere grazie agli inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale e continuò a regnare per decenni, giocando un ruolo importante nel movimento anticoloniale africano. Il suo regno terminò tragicamente con un colpo di stato marxista e la sua morte per strangolamento. Parallelamente alla sua vita politica, si sviluppò in Giamaica il movimento Rastafariano, una religione che lo considera una divinità e che si è diffusa in tutto il mondo. Però bisogna conoscere e comprendere le credenze e le pratiche di questa religione, evidenziandone anche gli aspetti controversi come il maschilismo e l’omofobia.

Ci scrive l’autrice, giovane romana, Chantal Ercoli: Inizia così

“Roma, oggi. Ho sentito una storia che mi ha fatto venire i brividi, una di quelle che ti fanno dubitare di tutto ciò che credi di sapere. Parlava di un uomo, Hailé Selassié, un imperatore etiope, e di come, senza volerlo, sia diventato un dio per un’intera religione.

Immaginate, anni ’30, l’Africa ancora avvolta nel mantello del colonialismo. Ras Tafari Makonnen, un nome che suona come un eco di tempi antichi, sale al trono e diventa Hailé Selassié, “il potere della Trinità”. Un re che discende da Salomone e dalla regina di Saba, un’eco di leggende bibliche.

Poi, la guerra. L’Italia, con la sua sete di conquista, invade l’Etiopia. Il Negus in esilio, ma solo per poco. Gli inglesi, come un vento di cambiamento, lo riportano trionfante ad Addis Abeba.

Ma la storia non finisce qui. Anzi, è qui che diventa incredibile. In Giamaica, un’isola lontana, nasce una religione che lo venera come un dio. I Rastafari, li chiamano. Un milione di persone in tutto il mondo, con i loro dreadlocks e la loro musica reggae.

Mi chiedo, cosa avrà pensato Hailé Selassié quando l’ha scoperto? Lui, un uomo che si diceva mortale, divinizzato da un popolo lontano.

E poi ci sono i capelli, quei dreadlocks che sono un simbolo, un segno di ribellione, di spiritualità. Mi fanno pensare a come i simboli possano viaggiare, trasformarsi, assumere significati diversi a seconda di chi li guarda.

La storia di Hailé Selassié e dei Rastafari è un labirinto di potere, fede, colonialismo e ribellione. Mi fa riflettere su come la storia sia piena di paradossi e di come le persone possano trovare significati in luoghi inaspettati.”

Chantal,che ringraziamo per il contributo, non dice che è stata ispirata dalla lezione del Prof. Alessandro Barbero e Saverio Sabelli per ChoraMedia a cui la Hierbamala manda un grande abbraccio.